Le Corbusier

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Da giovane gli amici mi chiamavano familiarmente "Corbu". Ma il mio nome non è questo, e nemmeno "Le Corbusier". Mi chiamo Charles Edouard Jeanneret. Fui architetto, trattatista e urbanista. Nacqui in Francia nel 1887 da una famiglia di origini svizzere.

Com'è nato il suo nome d'arte? (sorride).
E chi può dirlo? Ho sempre amato un pizzico di mistero! Posso però spiegarti perché mi chiamavano "Corbu", che in francese, come sai, si pronuncia con la vocale finale accentata e il cui suono ricorda quello di "corbeau" (pronuncia corbó!). In francese "corbeau" significa "corvo". Ebbene, proprio come un corvo avevo la voce stridula ed ero spesso vestito di nero, alto e scostante, con una faccia bianchissima su cui campeggiava un paio di occhiali affumicati... Un tipo buffo davvero!... Dunque c'era una volta "Corbu", e c'era il suo studio di architetto a Parigi... Lo aprii nel 1921.

Con quali progetti?
Il progetto, anzitutto di essere un architetto veramente moderno... Ma questo è il punto. Le mie idee di "modernità" si basavano su due princìpi. Il primo era quello della semplicità, del grande rigore formale. Il secondo era quello dell'esigenza di lavorare con materiali nuovi come, il cemento armato che, prima di allora, trovava un impiego assai limitato, soltanto per scopi industriali.

Da dove nasceva la sua aspirazione alla modernità, al rinnovamento?
Credo, in parte, anche dalla cultura che ereditai dai miei antenati. Un mio avo era stato fa moso per la sua fede dì albigese, una nuova religione che secoli fa si opponeva a quella cattolica: un'eresia... Mi sentivo però "eretico" fin nell'intimo della mia anima anche nei riguardi di una certa tradizione architettonica secondo la quale negli edifici è importante prima di tutto la bellezza... lo ero proprio di un'altra idea! Per me l'esigenza di fondo nella realizzazione delle costruzioni era la loro capacità di essere utili all'uomo. Non a caso definivo gli edifici che progettavo "macchine": la casa, "una macchina per abitare"; l'ospedale, "una macchina per guarire"; un complesso insieme di strutture urbanistiche, e cioè una città, "macchina per vivere"... Nella mia visione, qualsiasi spazio creato per l'uomo doveva essere un organismo perfettamente congegnato, in grado di soddisfare tutte le sue esigenze di vita, privata e sociale. Questa era la mia filosofia di architetto e di urbanista. Davvero una filosofia eretica rispetto alla tradizione. Non ti sembra?

Ma in pratica come cercava di realizzare queste sue concezioni?
Ti citerò qualche esempio. Mi sforzavo di progettare case "rade e grandi", per lasciare ampi spazi di verde fra l'una e l'altra, ma nello stesso tempo accogliere un gran numero di persone. Disegnavo abitazioni con tetti e terrazze su cui costruire giardini pensili e piccole piscine per bambini costruite sui pilotis.

Che cosa sono i pilotis?
Sono i possenti pilastri che isolano gli edifici dal suolo dando loro l'aspetto di vere e proprie palafitte. E sono anche le piccole colonne che inserivo nei diversi piani per alleggerire la costruzione, rendendola più bella e armoniosa. L'edificio, nella mia concezione, doveva essere pulito, lineare, armonico e soprattutto razionale. Quali furono le sue maggiori opere? Ho legato il mio nome a molte ville, ma soprattutto a palazzi per convegni, al palazzo dei Soviet di Mosca, alla Chiesa di Ronchamp. Lasciai inoltre scritti e progetti legati alla sistemazione urbanistica di grandi città: Algeri, Buenos Aires, San Paolo e Chandigar in India... Pensavo a un'architettura diversa, al servizio dell'uomo. La mia è stata un'utopia perché sapevo bene che l'architettura e l'urbanistica erano destinate a seguire altri tracciati, assai meno ambiziosi. Ma, vedi, il mestiere di architetto e di urbanista, se svolto come una missione, non può fare a meno delle utopie. Sogni e utopie danno un senso di realtà al lavoro che facciamo... sono il lato migliore.

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